Questa è la risposta a Burhan su albanianews.it in relazione al fatto che Burahn sosteneva che in Croazia non c'erano stati morti.

@Burhan
La Croazia non ha avuto neanche un morto? Questa si che è bella...
Il 23 dicembre 1990 in Slovenia si tenne un referendum sull'indipendenza, o meglio sulla sovranità slovena, dal momento che si parlava anche della costruzione di una nuova confederazione di repubbliche, le cui basi andavano ridiscusse. Va inoltre precisato che la costituzione della RFSJ prevedeva costituzionalmente il diritto alla secessione unilaterale per ciascuna delle sei repubbliche costituenti (diritto non presente nelle disponibilità di Vojvodina e Kosovo i Metohija). Data l'indisponibilità serba a rivedere radicalmente l’assetto dello stato, la sera del 25 giugno 1991 fu convocato in seduta plenaria il Parlamento Sloveno (Skupščina) per discutere e votare l'indipendenza; tutti erano favorevoli, tranne il comandante delle truppe jugoslave, che era pure membro effettivo dell'assemblea. Egli fece un discorso minaccioso. Nel corso della seduta, poco prima della votazione definitiva, il Presidente del Parlamento diede lettura di un telegramma appena pervenuto dal Sabor di Zagabria, il Parlamento Croato, nel quale si comunicava che anche la Croazia era indipendente. Ad avvenuta votazione, nella piazza centrale di Lubiana il presidente Milan Kučan proclamò davanti al popolo l'indipendenza slovena. La conclusione del discorso di Kučan lasciava intendere un'immediata risposta delle truppe federali: "Nocoj so dovoljene sanje, jutri je nov dan" ("Stasera i sogni sono permessi, domani è un nuovo giorno"). Il 26 giugno il giornale sloveno "Delo" di Lubiana usciva con un titolo a nove colonne, così tradotto: "Dopo più di mille anni di dominazione austriaca e più di settanta anni di convivenza con la Jugoslavia, la Slovenia è indipendente". La risposta dell'Armata Popolare Jugoslava (JNA) non si fece attendere: il 27 giugno l'esercito intervenne in Slovenia. Si trattò di una vera e propria guerra di aggressione. Infatti, come sopra precisato, era prevista la possibilità di secessione degli stati federati. Iniziò così la prima guerra in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. La guerra (“Guerra dei dieci giorni”) si concluse in poco più di una settimana, essendo la nazione etnicamente compatta e sostenuta politicamente dal Vaticano di Giovanni Paolo II[6] (in chiave anticomunista ed in difesa del gran numero di cattolici sloveni) dall'Austria e soprattutto dalla Germania per le ragioni storiche già accennate, che si impegnò subito a riconoscerne l'indipendenza e spinse perché anche l’intera CEE facesse lo stesso. L'impreparazione da parte dell'Armata Popolare Jugoslava fu tragicomica: entrando in Slovenia il comando si dimenticò di fare rifornimento di carburante, che ovviamente in Slovenia nessuno glielo vendeva. Il Governo Sloveno ordinò ai propri militari di tenere sotto controllo gli jugoslavi e di non sparare, se non per legittima difesa. Inoltre fu ordinato da parte dello stesso governo che a tutte le caserme occupate in Slovenia dall'Armata Jugoslava fosse tolta la fornitura di luce, acqua e gas. Così il comando jugoslavo fu costretto a ritirarsi.
La dichiarazione di indipendenza croata (25 giugno), invece, conseguenza diretta dei risultati del referendum, provocò l'intervento militare jugoslavo, deciso a non permettere che territori abitati da Serbi fossero smembrati dalla Federazione e slegati dalla madrepatria serba. La teoria nazionalista serba diventa così ideologia portante di tutta la Jugoslavia e delle sue guerre.
L'attacco, iniziato nel luglio del 1991, coinvolse numerose città croate: Dubrovnik, Sibenik, Zadar (dove è nata mia nonna), Karlovac, Sisak, Slavonski Brod (dove è nata mia zia), Osijek, Vinkovci e Vukovar. Il simbolo della guerra serbo-croata è divenuto l'assedio alla città di Vukovar, nella Slavonia (25 agosto - 18 novembre 1991), un territorio in cui Serbi e Croati riuscivano a convivere, fino a poco tempo prima, serenamente. La città fu bombardata e quasi completamente rasa al suolo dai Serbi, che impegnarono 20.000 uomini e 300 carri armati. Oltre alle truppe regolari dell'JNA, a Vukovar combatterono anche i paramilitari di Željko Ražnatović "Arkan", responsabili, assieme all'esercito, di saccheggi e uccisioni di centinaia di civili (compresi i malati presenti nell'ospedale cittadino), ignorando ogni convenzione di guerra. L'assedio si conclude con la vittoria serba il 18 novembre, con circa 1100 civili uccisi e 5000 persone deportate in Serbia. Ed era solo l'inizio...
Davor
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