martedì 9 febbraio 2010

Lidia, Lina e Tatiana

...Quanto mi piacerebbe esserci... il Kolo era ancora molto in voga quando mia madre era giovane e ballavano solo quello.
...costumi tradizionali... bellissimi! Ho ancora il Koret della mia baba Milka... verde acqua, finemente ricamato con fili d'oro!
Taty
...oj draga, come sono contenta di averti conosciuta, quasi, quasi non mi sembri neppure italiana, hai uno spirito familiare... cioè balkaniko!!!
Taty

ah! ah!
io sono anche nella community di libero
ogni tanto scrivo che sono italiana, ma all'inizio avevo scritto di essere serba, perchè senno' mi chiedevano il sesso ad ogni ora del giorno e della notte
da quando ho riscritto che sono serba, tutti mi dicono che non se l'erano bevuta che fossi italiana
Lina

Vedi? Come volevasi dimostrare!!! Generi confusione!!!
Taty

...si.. ma se sono italiana mi chiedono il sesso, se scrivo che sono straniera mi dicono di tornare a casa mia.. allora vedi che devo andare in Serbia a fare ciuciu ?
mio marito non la vuole proprio capire !!!!!
Lina

ciuciu???? se vuol dire ciò che penso, non dovresti avere problemi, tuo marito è calabrese...quindi!!! Tanti anni fa ho avuto un fidanzato calabrese di Cosenza ed era molto espansivo!
Taty

bbbrrrr...
qui leggono tutti i parenti calabresi del mio martirio !!!!
espansivo in che senso ??
in quel senso i serbi sono espansivi da morire !!!!!
Lina

..Intendevo proprio quel senso... ma comunque mi correggo e spiego... ho trascorso bellissi periodi in Calabria e dovunque ho trovato gente di grande ospitalità... ricordo che una volta, arrivammo al Santuario di Polsi, in Aspromonte, verso le 15 e non c'era neanche una bancarella di ristoro... subito sono venute due donne con uno stufato di pecora in umido che ancora mi lecco i baffi, poi ci hanno offerto anche un buon caffè... mi sono ripresa?
Taty

scusate se mi intrometto, ma oltre ad avermi fatto venire l'acquolina in bocca, avete suscitato in me strane curiosità in merito all'espansività serbo-calabrese o calabro-serba. Io tengo marito!
Lidia

Io ho già detto troppo, sarà meglio che non aggiunga altro... Lina tu che dici? Comunque avere marito è una bella cosa... non dovresti avere strane curiosità... ecco che ricomincio!
Taty

ah! ah!
i cugini di mio marito mi stanno per togliere dal testamento.. ma vi devo dire che quella cosa... proprio là... in italiano si chiama pisello (grasak), in serbo , per gli uomini serbi , si parla di cetriolo (krastavac) !!!!!!!!
è chiaro il concetto ?????
Lina

Scusate tanto, ma sarà che sono una povera vedovella dalla mente distorta e poco esperta dei nuovi vocaboli, quindi il tuo... ciuciu l'ho associato ad altro... mio fratello poco fa mi ha spiegato che significa chattare in gergo... ora capisco il qui pro quo e mi dispiace aver frainteso, ma più che altro aver creato imbarazzo
Taty

...ragazze io parlavo del cetriolo dei serbi !!!
quale chat e quale stufato !!!!!?????????
Lina

Grazie... mi dovete spiegare proprio tutto... abbiate pazienza, sono... una neofita, armata di buona volontà, ma ancora agli inizi e sono tante le cose che ancora devo imparare.
Taty

...da adamo ed eva è la legge fondamentale della vita
ogni lasciata è persa !
Lina

Lina, Tatiana, dopo questa esternazione non mi resta che ritirarmi e darvi la buona notte...rifletterò
Lidia

Anch'io non ci capisco più niente e dico Laku noc...
Taty

venerdì 16 ottobre 2009

E' morto Ibraj Musa

Con profondo e sentito cordoglio informiamo che è morto a Nis dove era rifugiato e profugo con la sua famiglia, Ibraj Musa, albanese kosovaro, capofamiglia di uno dei nuclei familiari adottati dalla nostra Associazione, all'interno del Progetto Kosovo Metohija.
Un uomo con una storia di vita quasi unica e forse irripetibile.
La sua vita, le sue scelte di vita sono state un pezzo di storia del novecento, un pezzo di storia dei Balcani e dei suoi popoli. Ed egli l'ha vissute da protagonista, con coscienza e coraggio.
Musa Ibraj era nato il 24 Aprile 1923; aveva 13 figli da tre matrimoni: la prima moglie albanese, la seconda rom e l'attuale, la signora Rosa, serba.
Veterano della II Guerra Mondiale, durante l'occupazione nazifascista della Jugoslavia, ha combattuto nella Resistenza come partigiano, prima in Albania, poi in Serbia e infine in Bosnia. Egli e la sua famiglia vivevano a Osek Hila, villaggio a 5 Km da Djakovica, abitato da 1600 albanesi e poche decine di serbi.
Dopo l'aggressione della Nato e la conseguente occupazione del Kosovo nel giugno '99, che ha dato via libera alle forze terroriste dell'UCK nella provincia serba, come altre migliaia di famiglie di albanesi kosovari, gli Ibraj sono dovuti scappare in Serbia per non essere uccisi dai secessionisti.
Infatti furono da essi definiti come "traditori" e "collaboratori" dei serbi, per il solo fatto di non credere nell'indipendenza ed essersi battuti per l'unità e l'amicizia tra i popoli del Kosovo, contro le violenze e le sopraffazioni terroriste dell'UCK.
Per questo la sua famiglia ha pagato forse il prezzo più alto di tutte le famiglie degli scomparsi nel Kosovo Metohija, pur essendo albanesi kosovari: tre figli e tre nipoti rapiti ed assassinati dalle bande UCK, di cui 5 identificati ed uno ancora disperso. Ibraj ha saputo dei corpi ritrovati solo poco prima di morire, in quanto il figlio maggiore superstite, che andò ad identificare i propri fratelli, nipoti e un suo figlio, non lo disse al vecchio Musa, per non dargli ulteriore dolore.
La vicenda di quest'uomo, un vero e proprio pezzo di storia vissuta dei Balcani, che ha attraversato gli avvenimenti succedutisi nel secolo scorso, con grande coraggio, sempre partigiano, nel senso più pieno di questo termine, schierato cioè dalla parte della sua gente, della giustizia, della libertà, costi quel che costi: dal 1941 quando prese la via della montagna per combattere i nazifascisti, fino al 1998 quando fu eletto comandante della "Milizie di autodifesa albanesi del Kosovo" contro il terrorismo e le violenze dell'UCK. Queste milizie erano formate in gran parte da kosovari albanesi, ed in molti paesi miste, erano presenti in oltre 130 comuni del Kosmet, come forma di autodifesa per proteggere la popolazione civile dalle bande e dalle imposizione violente dell'UCK,.
Quando, attraverso l'Associazione Srecna Porodica, con cui abbiamo uno dei Progetti di solidarietà per il Kosovo Methoija, ci fu proposta questa famiglia da sostenere, come vittima del terrorismo UCK, non sapevamo tutta la storia del vecchio Musa; fu per noi una giornata indimenticabile quando ci recammo nella loro attuale disagiata casa, a Hum un paese di campagna vicino a Nis, dove vivono come profughi, per scappare dalle ritorsioni dei criminali UCK, oggi "padroni" del Kosovo sotto comando NATO.
Quel giorno facemmo un intervista video dell'incontro, dove Ibraj Musa ci raccontò della sua straordinaria e incredibile storia di vita. Quando gli feci alcune domande riguardo il presente e le vicende più recenti, riguardanti gli avvenimenti tragici accadutigli nella guerra del Kosovo, egli, che nonostante gli 85 anni di età, era di una lucidità e vitalità stupefacenti, mi rispose che dopo aver conosciuto e combattuto i nazifascisti, null'altro poteva spaventarlo, e che dato che anch'essi alla fine furono cacciati e spazzati via dal popolo, stessa sorte toccherà ai banditi ed assassini dell'UCK.
Sulla sua esperienza di comandante di queste Milizie locali di autodifesa ( formatesi nel maggio giugno 1998), egli disse:
" .…Quando vidi quello che stavano facendo contro la nostra gente per costringerli ad andare con loro e contro i nostri amici e paesani serbi, per cacciarli dal villaggio che era di tutti noi, decisi che dovevamo organizzarci per impedire all'UCK di entrare nel paese e terrorizzare la nostra gente…ho deciso semplicemente questo…abbiamo sempre vissuto insieme, perché questi banditi volevano distruggere tutto quanto era stato cercato di fare? A quale scopo? I popoli devono vivere insieme in pace, onestà e lealtà reciproca… Questo era la Jugoslavia… ".
Il vecchio Musa fu indicato dalla sua gente grazie alla sua storia di combattente partigiano ed al rispetto di cui era circondato, e considerato uomo giusto e saggio.
Quando gli chiesi quale fu il momento preciso che gli fece prendere una decisione così difficile e che avrebbe avuto conseguenze drammatiche per lui e la sua famiglia, egli rispose: "… una notte vennero alla nostra casa e in altre case, gente dell'UCK e ci disse che avremmo dovuto andarcene da Osek Hila ed abbandonare il villaggio perché ci sarebbero stati attacchi contro la polizia serba e l'esercito jugoslavo nei giorni seguenti. Noi ed il resto del villaggio rifiutammo, perché quello era il nostro paese e la nostra terra. Nei giorni seguenti tornarono ancora una volta ma stavolta per minacciarci. Poi la mattina trovai questo pezzo di carta di quaderno attaccato sulla porta di casa…".
Musa ci fece vedere questo foglio con su scritto con una penna a sfera:
" O state con noi o bruceremo le vostre case. Arruolati con i tuoi fratelli.
UCK (Ushtria Clirimtare e Kosoves ).".
"…Allora capimmo cosa stava per succedere, abbiamo raccolto tutto quello che avevamo come armi, fucili da caccia, accette, coltelli e cominciammo a vigilare e non girare più soli…formammo delle pattuglie di noi del villaggio 24 ore al giorno, notte e giorno. Alcuni giorni dopo individuammo tre dell'UCK che si aggiravamo nelle vicinanze delle case, li disarmammo e li consegnammo alla polizia, che ci dette il permesso di tenere le loro armi e di restare armati…". Il figlio maggiore che era con noi nella stanza a quel punto ci fa vedere appesi dietro alla porta un Kalashnikov ed un fucile da caccia, che ancora possedevano.
Alla domanda come si erano procurati le armi per la loro Milizia egli rispose che in Kosovo, quasi tutti, da sempre possedevano un arma, ribadendo che: "…ogni arma della Milizia era nostra, dovevamo avere solo il permesso di tenerle legalmente, per il resto erano nostre…".
Queste Milizie furono poi autorizzate in tutto il Kosovo, a tenersi le armi che sequestravano all'UCK.
"…Noi cercavamo di costringerli a restare fuori dal villaggio, cercando di evitare conflitti armati e violenze. In questo modo in tutto il nostro villaggio fino al giugno '99, non ci fu neanche una casa bruciata. ..Neanche una gallina è rimasta ferita… Nessuna devastazione o distruzione è stata permessa, né da una parte, né dall'altra…".
"…Non tutti erano d'accordo nel villaggio, perché una contrapposizione così netta, poteva esporre il villaggio a rappresaglie terroriste, infatti quando furono istituite queste milizie per l'autodifesa locale, alcuni suoi membri furono uccisi dall'UCK in altri villaggi, così molti avevano paura e non entrarono direttamente; ma visto come è andata…facemmo un buon lavoro e con buoni risultati…Poi è arrivata la NATO…".
Sulla sua situazione e della sua famiglia oggi, egli rispose: "…oggi viviamo qui in Serbia come profughi, ma solamente profughi senza una casa ed un lavoro, perché la Serbia è anche il mio paese, e sempre in tutta la mia vita abbiamo vissuto, come albanesi kosovari, insieme. Nel bene come nelle cose brutte, e qui non mi sento straniero, ma certamente non mi sento bene, oggi viviamo in tanti in questa piccola casa, con due piccole pensioni, le spese sono tante, soprattutto quelle sanitarie e per l'affitto, è una vita molto dura e difficile. A tutti ci manca il nostro Kosovo, la nostra gente, i nostri vicini, albanesi, serbi, rom, con cui abbiamo vissuto insieme e in pace per oltre 50 anni… Poi sono arrivati quei maledetti terroristi dell'UCK…e hanno fatto quello che sapete, e sulla mia famiglia si sono accaniti, e si sono presi il sangue dei miei figli e nipoti. Si sono vendicati perché non siamo stati loro complici…maledetti…perché siamo stati leali e corretti con il nostro stato, in cui abbiamo sempre vissuto e ci aveva sempre rispettato e accettato. Perché dovevamo andare con loro e distruggere tutto quello che avevamo costruito faticosamente insieme con gli altri? …Forse dovevamo cercare di avere di più e più cose, questo è normale, è giusto. Per migliorare e correggere cose sbagliate, questo sì…Ma perché uccidere, distruggere, bruciare case, chiese, ammazzarsi tra fratelli, paesani, amici…Perché avremmo dovuto diventare complici di terroristi e criminali, che terrorizzavano la propria stessa gente? …Questo per noi non poteva essere accettabile, siamo sempre stati leali e onesti cittadini del nostro paese, perché dovevamo diventare criminali?..Perché? Forse loro avevano i loro obiettivi, interessi, profitti, qualcuno li usava, ma quelli non potevano essere gli interessi della nostra gente albanese del Kosovo…E poi si è visto cosa hanno fatto del nostro Kosovo oggi, aiutati dai loro amici americani... Un regno governato da banditi e delinquenti, dove vi è solo criminalità e paura, per la gente semplice, per il popolo…Anche nel nostro villaggio oggi, c'è solo paura e la gente onesta è silenziosa solo per paura, ce lo dicono loro stessi di nascosto…Per questo avremmo dovuto collaborare con loro?….Io ho fatto il partigiano contro i nazifascisti nella II guerra mondiale, ma noi eravamo partigiani per liberare il nostro popolo, non per terrorizzarlo e farlo ubbidire. E' una bella differenza non pensi?…Che mi diano del traditore non mi tocca, "loro" sono dei traditori della nostra gente, perché gli hanno portato solo odio e sofferenze per i loro sporchi interessi… ".
Dopo alcuni secondi di silenzio e l'ennesima sljiva offertaci in segno di amicizia, così concludeva:
"…Sai, figlio mio, troppe tragedie abbiamo vissuto, tanto dolore abbiamo nel cuore, la nostra vita è stata stravolta e ferita da tutti gli avvenimenti successi, questo non si può più cambiare, questo ci accompagnerà fino alla tomba…ed io sono vicino al mio giorno. Ma per loro che restano bisogna avere fiducia e speranza che qualcosa cambierà, che tornino tempi più giusti, di pace, di amicizia, di onestà. Io di guerre ne ho fatte tante, ma sempre dalla parte delle cose giuste. Mai per me stesso, ma per la nostre genti, i nostri popoli. Per questo sono sereno e riesco ancora a sorridere e spero che un giorno si rivedrà un paese libero e giusto…Io non ci sarò, ma ci saranno i miei nipoti, ed i nipoti e figli delle nostre genti, e torneranno a vivere, lavorare e divertirsi insieme, uniti come fratelli…Vedrai che sarà così…La storia non la può fermare nessuno..Però ora voglio abbracciarti per l'aiuto che ci hai portato con la vostra Associazione. Per me e per tutta la nostra famiglia è un onore avervi qui nella nostra piccola casa, avervi potuto accogliere come amici e fratelli. Perché da oggi questo saremo…Grazie per l'aiuto, ma soprattutto grazie che ci avete riconosciuti degni della vostra solidarietà e ci avete tenuti in considerazione…Da ora in poi la nostra casa sarà sempre anche la tua, figlio mio…".
Penso sia inutile sottolineare che un GRAZIE senza limiti, siamo noi che sentivamo di dirgli e dovergli, il nostro modesto contributo economico non può avere alcun tipo di paragone con la vita vissuta e l'operato della vita di un uomo così. Un uomo giusto, onesto, semplice, un uomo che ha attraversato la storia sempre in piedi e a testa alta, pagando prezzi umani terribili, ma anche un uomo con cui abbiamo riso e sorriso di piccole cose, di aneddoti della sua esistenza. Per esempio del succo di frutta che gli toccava bere, perché la moglie ed il figlio non gli lasciavano più bere la sljivovica…così mi è toccato, essendo seduto accanto a lui, una sequela di brindisi continui…anche per lui, mi diceva, dovevo sacrificarmi…Ed ho "dovuto" sacrificarmi….. volentieri.
Non so se con queste righe sono riuscito a ricordare degnamente quest'uomo e la sua storia, ma due cose sono certe: una è che per la nostra Associazione, che ha potuto averlo come parte dei suoi progetti solidali (che continueranno), è stato un onore avere la sua amicizia e rispetto ( per questo la nostra riconoscenza va a Radmila Vulicevic, nostro referente a Nis, ed al suo lavoro, che sono stati il tramite, in quanto la famiglia Ibraj sono membri dell'Associazione Srecna Porodica).
La seconda è che la speranza e l'impegno che un tempo migliore si delinei all'orizzonte dei popoli, nel Kosovo, nei Balcani e nel mondo, può avvenire solo con l' apporto e l'esempio di vita, di uomini così. Di uomini come Ibraj Musa, albanese kosovaro del Kosovo Metohija, cittadino e costruttore della Jugoslavia, coraggioso difensore del Kosovo e dei popoli che lo abitavano, e leale ed onesto cittadino della Serbia poi.
“…Tu paladino della libertà, torrente d’entusiasta giovinezza
or mandi a noi di luce, un caldo raggio dal tuo sepolcro.
E giunge a noi. Perché… sentisti,…..del dolor,
e come un cavaliere del poema ariostesco,
…offristi il tuo soccorso.
Ora…altri innalzano il tuo vessillo e lottano e resistono
Per l’avvenire comune…”.
( Stralci adattati di V. Nazor, poeta jugoslavo, di un poema dedicato ai partigiani italiani, che combatterono in terra jugoslava contro il nazifascismo)
Enrico Vigna, Associazione SOS Yugoslavia – SOS Kosovo Metohija

domenica 27 settembre 2009

"Cio' che eravamo..."

Radmila Todic Vulicevic, “Ciò che eravamo…”
Diario di una donna serba del Kosovo Metohija
Prima, durante e dopo i bombardamenti della NATO del 1999

Prefazione di Sandra Raskovic Ivic – Postfazione di Enrico Vigna


Il diario inizia un anno prima dei bombardamenti, nei tempi in cui la UCK si scatena e in cui ogni giorno lascia il territorio almeno una famiglia serba, che non riesce a sopportare il terrore, esercitato dai separatisti albanesi, che non riesce a sopportare l’incertezza e l’ansia sul domani. Sono i tempi del sospetto verso la sincerità e l’autenticità sia dei politici locali, sia dei rappresentanti della comunità internazionale, che, come i visitatori dello zoo, si alternavano e si costruivano una loro idea, sempre condita dagli interessi delle grandi potenze.
Sono descritte le distruzioni dei ponti, degli ospedali, delle ferrovie, dei treni con i passeggeri a bordo, delle colonne dei rifugiati. “Come faccio a mettere in una borsa l’anima di casa mia?”
L’odio è diventato l’energia politica dei “democratici” del “nuovo Kosovo”, tutti ex combattenti dell’UCK, molti dei quali coinvolti in attività criminali. Il Kosovo e Metohija sono stati “puliti etnicamente”: dal giugno del 1999, 250.000 serbi, rom e altri non albanesi se ne sono andati, sono state sequestrate 1.300 persone e uccise altre 1.000, distrutte 156 chiese, comessi atti vandalici contro 67 cimiteri. In Kosovo sono rientrati solamente 1.200 serbi.

lunedì 14 settembre 2009

Alessandro Di Meo

Nei giorni scorsi sfruculiavo per il web quando ti incontro Alessandro. Vengo così a scoprire una favola senza fine e scopro anche che i miei amici lo conosco già.
E dirmelo ?
Bè.. comunque adesso non sò da dove cominciare, perchè Alessandro è una persona così fantastica che non trovo le parole.
Sono sicura che, come me, lo conoscerete tramite le tante cose belle che hanno scritto di lui.
Del suo lavoro non se so' molto. Insegna ? E' un luminare della scienza ?
Sò che ha scritto due libri e il secondo è il racconto della sua esperienza di volontario nella ex-Yu e quindi....


Una recensione dice :
"Alessandro in questo libro non parla mai di “beneficiari”, parla di persone, con nomi e cognomi, volti sorrisi, pianti. E non parla solo di “loro”. Parla di se stesso, delle sue emozioni, delle relazioni intrecciate in anni di attività, della rabbia, dell’amore, dell’amarezza, della speranza. Ci ricorda che cooperazione è scambio e non dono.
Questo libro racconta, quindi, della Serbia che Alessandro ha conosciuto attraverso le attività che, insieme ad un gruppo di volontari, ha realizzato in questi anni. Anzi dei serbi che ha conosciuto, anzi, meglio ancora, delle persone che vivono in Serbia, perché Alessandro non fa mai una questione di nazione e non cede a quella tendenza romantica ad iconizzare intere popolazioni arruolandole in massa negli eserciti dei “buoni”, o dei “cattivi”. Le persone sono sempre al centro della sua attenzione.
Non si pensi per questo che questo libro sia meno “politico”.
Al contrario è proprio a partire dalle storie che vengono raccontate che il libro costituisce una denuncia chiara, senza appello, della aggressione della Nato alla (allora) Jugoslavia e della responsabilità che l’Italia si è addossata partecipandovi e, poi, disinteressandosi del tutto delle conseguenze di quella guerra; innanzitutto l’aver creato centinaia di migliaia di profughi e favorito una vera pulizia etnica là dove dichiarava invece di volerla evitare, sino alla affrettata dichiarazione di riconoscimento della separazione unilaterale del Kossovo, mina vagante potenzialmente foriera di ulteriori tragedie nel cuore dell’Europa."


Il libro si intitola
Un sorriso per ogni lacrima
"voli a bassa quota in un dopoguerra jugoslavo" - di Alessandro Di Meo

Un sorriso per ogni lacrima.
E’ la frase che dice Beba alla mamma, perché ha pianto tanto per Sanja, la figlia annegata nel fiume. Tanti sorrisi, al posto di tutto quel pianto, di tutto quel dolore.
Un libro che non è romanzo, né libro di racconti... che voleva essere raccolta di stilettate, di pugnalate… allo stomaco, al fegato, agli occhi, al cuore di ognuno che lo leggerà.
Un libro, quindi, di colpi bassi.
Perché la guerra fa male, sempre.
Spesso, ce ne dimentichiamo, assorti come siamo nelle nostre attività quotidiane, quasi che esse soltanto esistano, quasi che per esse soltanto si debba vivere.
Tutti, invece, potremmo un giorno svegliarci e accorgerci che tutto cambia e precipita verso un vortice che ci inghiottirà.
Perché la guerra è sleale, non ha codici etici, non guarda in faccia a nessuno. E a rimetterci sono sempre gli stessi, i più deboli. Fra questi, i bambini.
Ma proprio perché è un libro dove si parla di bambini, ognuno col suo nome, ognuno con la sua immagine che riporta a una voce, a un gesto, a uno sguardo che sia, allora, un libro di sorrisi.
Perché il sorriso dovrà sempre, avere la meglio.
Dobbiamo costringerci a pensarlo. Anche quando si piange, anche se sembra non essercene più il motivo, bisogna sorridere.
E poi, al sorriso di Beba dobbiamo continuare a credere...


Alessandro Di Meo vive e lavora tra Zagarolo e Roma. Da anni impegnato con l'associazione "Un Ponte per..." in attività di volontariato in solidarietà con le vittime della "guerra permanente", si è occupato in particolare dei profughi e degli sfollati della ex Jugoslavia. Ha già pubblicato, in passato, per Multimage edizioni, una raccolta di racconti-denuncia contro il razzismo strisciante e dilagante nella nostra società: "Quando scelsi il posto dove sarei nato". Parte del ricavato della vendita del libro andrà a finanziare le attività di "Un Ponte per..." in Serbia.

Un sorriso per ogni lacrima
Not kill refugees
Il sito di "Un ponte per..."

Ragazzi albanesi aggrediti a Venezia



Aggrediti e malmenati da un gruppo di persone vestite di verde. E' la denuncia di due camerieri albanesi di un ristorante dietro Piazza San Marco, a Venezia. L'episodio, avvenuto ieri e confermato dalla questura di Venezia, è stato reso noto dal consigliere comunale dei Verdi, Beppe Caccia, per il quale si è trattato di una aggressione a sfondo razzista messa in atto da "squadristi militanti della Lega".

I due camerieri, che hanno riportato lesioni guaribili in trenta e sette giorni e ora si riservano di presentare una denuncia insieme al titolare del ristorante, hanno raccontato di avere avuto un diverbio con uno dei quattro aggressori poco prima della colluttazione.

A quanto si apprende, ieri le 11,40 alla Briccola in Calle degli Specchieri, è entrato un giovane sui trent'anni, visibilmente ubriaco e con un amaglietta con slogan leghisti. Che, all'improvviso, ha iniziato a battere con il pugno contro la vetrina del ristorante. A quel punto uno dei camerieri, di nazionalità albanese, è uscito per allontanarlo.

Per tutta risposta sono partiti gli insulti: "Che c---o vuoi, fammi vedere il permesso di soggiorno". A quel punto la situazione è degenerata. "Sono entrati in sette-otto, tutti leghisti, ed è successo l'inferno - raccontano i lavoratori - Hanno buttato a terra una lattina di birra, poi hanno rovesciato tavoli e sedie, sfasciando mezzo locale. Avevamo davvero paura". L'aggressione è continuata con le botte al cameriere albanese. Poi gli aggressori sono scappati e si sono mischiati con i manifestanti della Lega radunati nei pressi.

www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica

venerdì 11 settembre 2009

Slavko Labovic

Questo post l'avevo promesso a Lina, quando eravamo diventate amiche.
Le avevo promesso che avrei fatto un post su questo attore serbo che vive però in Danimarca. Lina è fan di una sua foto fatta in piscina, io però non l'ho messa in questo post... ma se guardate il video di tutti gli uomini della balkan-crew....vedrete che Lina l'ha intrufolata li......LIINAAA!!!!


Slavko Labovic è nato nel 1963 a Kolasin nel Montenegro da genitori serbi. Quando aveva 4 anni con sua mamma e i fratelli ha lasciato Kolasin per raggiungere il padre che viveva a Ballerup in Danimarca.

Nel 1996 ha debuttato nel film "Pusher", una trilogia di film "gangster" che viene considerata come la risposta a Pulp Fiction dalla Danimarca. Questo non solo l'ha reso noto in tutta Danimarca, ma ha anche reso popolare un tipo di ruolo
neil film: quello del serbo cattivo!


Nel 2001 ha avuto una parte nel mio film preferito (lo so, vi rompo sempre le scatole con
questo film!) "Apsolutnih 100", dove di nuovo è un teppsita, ma veramente cattivo e maleducato!


Slavko ha tre figli e vive ancora a Ballerup vicino ai suoi genitori. Nel tempo libero agisce come presidente della chiesa serbo ortodossa danese e d è pure presidente dell'associazione dei serbi in Danimarca.

Si occupa molto della diaspora serba in Danimarca, infatti dopo la proclamazione d'indipendenza del Kosovo nel febbraio del 2008, lui ha organizzato una dimostrazione di protesta davanti all'Ambasciata americana di Copenhagen.




Nel 2001, in un intervista su Glas Javnosti, Slavko dimostrò il suo sostegno per Radovan Karadzic e decise di lanciare una campagna per proteggerlo, dicendo: "Radovan non ha paura di nessuno, perchè sa che ci sono veri patrioti che sono pronti a proteggerlo fino alla morte"
(qui l'articolo in serbo)

NB: Karadzic è originario di Petnjica, un villaggio nel nord del Montenegro che è nella zona dove si trova Kolasin il villaggio di Slavko. Qui un filmato di Slavko che gira per il Montenegro (in danese) dove spiega un po' la sua motivazione per ciò....adesso cercherò qualcuno che parla danese per farmelo tradurre.....




Tutti gli uomini della balkan-crew !
Vojvoda Mileta Pavićević
Pusher III


Sajkaca

sabato 22 agosto 2009

Gnjilane... continua la tragedia

19 agosto 2009 – In un rapporto (pdf in inglese ndr) su di una serie di recenti assalti a Gnjilane, Kosovo orientale, che potrebbero avere una motivazione etnica, l'organizzazione dei diritti umani Chachipe ha espresso la sua preoccupazione sulla qualità e l'obiettività dei rapporti sui crimini etnicamente motivati contro i Rom in Kosovo. Durante le ultime settimane di luglio, diversi Rom hanno riportato di aver subito assalti ed abusi da parte dei vicini Albanesi nel tradizionale quartiere rom di Gnjilane, senza che la cosa venisse adeguatamente seguita e riportata dalle organizzazioni internazionali.

A seguito dei rapporti su un violento incidente, nel quale diversi Rom sarebbero stati feriti, Chachipe ha svolto un'inchiesta tra le organizzazioni internazionali allo scopo di identificare il retroterra e le dimensioni dell'incidente. Anche se l'incidente segnalato data di parecchi giorni, nessuna delle organizzazioni contattate, incluse UNMIK, EULEX, OCSE, e UNHCR, ha detto di averne conoscenza. Ma anche dopo averne presa visione dai loro uffici locali, le organizzazioni non sono state capaci o hanno voluto informare Chachipe sull'evento.

"Le informazioni che abbiamo ricevuto erano assolutamente rudimentali. Andavano da una lista di rapporti della polizia, riferiti a incidenti apparentemente minori come "litigi" e furti, a rimarcare che la situazione della sicurezza per i Rom si è recentemente deteriorata, ed una lamentela sul fatto che la polizia non avesse correttamente riportato sull'assalto ai Rom, dice Chachipe.

L'immagine cambiava drasticamente seguendo un reportage TV trasmesso, giovedì scorso, da Yekhipe, il programma romanì della TV pubblica del Kosovo. I giornalisti di Yekhipe hanno visitato il quartiere rom ed intervistato diverse vittime e testimoni. Dai loro rapporti appare che sono successi a Gnjilane una serie di gravi incidenti, durante i quali diversi Rom sono stati assaliti ed hanno subito abusi, per nessun altro apparente motivo se non l'odio.

Parlando coi giornalisti, i Rom si lamentavano che la situazione a Gnjilane si è recentemente deteriorata, in concomitanza con l'arrivo dell'etnia albanese nel quartiere rom. Uno dei testimoni ha aggiunto che gli attacchi erano organizzati e coordinati. Tutti i Rom affermano che i membri della comunità vengono regolarmente attaccati o subiscono abusi verbali, ed hanno espresso serie paure sulla loro sicurezza.

Emerge anche dalle loro dichiarazioni, che la loro confidenza nella polizia è molto limitata. Di sei casi, accaduti a luglio, solo tre sono stati segnalati alla polizia. I giornalisti di Yekhipe hanno intervistato un ufficiale di polizia locale che ha qualificato due dei casi riportati come semplici conflitti di vicinato ed insinuato che l'altro sarebbe collegato a "conti aperti" nel mondo del mercato nero, squalificando così le vittime.

Chachipe ha dichiarato che con questo retroterra, è difficile comprendere la passività e la mancanza di preoccupazioni che emergono dalle reazioni delle organizzazioni internazionali alla sua inchiesta. L'organizzazione ha ricordato che uno dei compiti delle forze internazionali di sicurezza era di proteggere e promuovere i diritti umani, e che le organizzazioni hanno un mandato esplicito per controllare la situazione. Chachipe si è detta preoccupata del fatto che la polizia UE sembra avere pochissime informazioni sulla situazione del quartiere Rom di Gnjilane.

Chachipe ha evidenziato le conseguenze di violenze non riportate ed etnicamente motivate contro i Rom, sia per i Rom in Kosovo che per i rifugiati ed i richiedenti asilo all'estero. "Come appare dai recenti incidenti di Gnjilane, che confermano le preoccupazioni che avevamo ricevuto in precedenza, i Rom in Kosovo non hanno dove fare ritorno, se si sentono minacciati. Quanti hanno lasciato il Kosovo hanno grossi problemi a dimostrare i rischi ai quali sono esposti in caso di ritorno".

Chachipe ha criticato la decisione di diversi paesi dell'Europa occidentale, compresi Germania, Svizzera, Svezia ed Austria, di rimpatriare forzatamente i Rom, sulla base di una valutazione della situazione sulla sicurezza univoca ed incompleta. "Appare che il recente rapporto UNMIK al Consiglio di Sicurezza ONU sia essenzialmente basato sui rapporti della polizia, mentre l'UNMIK stesso riconosce che le minoranze etniche non hanno alcuna fiducia nel rivolgersi alla polizia," dice Chachipe.

Chachipe ha richiamato le organizzazioni internazionali a cercare immediatamente di diluire le tensioni nel quartiere rom di Gnjilane e di risolvere i problemi che apparentemente sono collegati al processo di ritorno. Inoltre richiede un'inchiesta approfondita sui retroscena dei recenti attacchi contro i Rom, come pure una sorveglianza ed un resoconto obiettivi ed imparziali sulla situazione della sicurezza nel Kosovo. Chachipe infine chiede ai governi ed ai paesi ospiti di ripensare al rimpatrio forzato dei Rom verso il Kosovo, fintanto che la situazione della sicurezza rimane fragile, e di garantire ai rifugiati che sono nei paesi d'esteri da lungo tempo, uno status di residenza permanente.

Chachipe a.s.b.l.
B.p. 97
L - 7201 Béreldange
e-mail: chachipe.info@gmail.com
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mercoledì 19 agosto 2009

Inno di mameli (fans)

In face book mi sono iscritta a questo bellissimo gruppo !

FRATELLI D'ITALIA
Inno di Mameli o Il Canto degli Italiani
Scritto nell'autunno del 1847
testo di Goffredo Mameli - musica di Michele Novaro

l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
che schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!

Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Uniamoci, amiamoci,
l'unione e l'amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò!
Sì (cantato)
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Ecco un'analisi del testo dell'inno di Mameli, in modo da capire i vari riferimenti poco chiari:

Fratelli d'Italia / L'Italia s'è desta (1a) / Dell'elmo di Scipio / S'è cinta la testa (1b) /
Dov'è la vittoria? / Le porga la chioma (2) / Che schiava di Roma / Iddio la creò.

Stringiamci a coorte (3)/ Siam pronti alla morte, / Siam pronti alla morte (4)/ Italia chiamò

Noi siamo da secoli (4a) / Calpesti e derisi, / Perchè non siam popolo, / Perchè siam divisi. / Raccolgaci un' unica bandiera, / Una speme, /Di fonderci insieme / Già l'ora suonò.

Stringiamci a coorte...

Uniamoci, uniamoci / L'unione e l'amore / Rivelano ai popoli / Le vie del Signore (5) /
Giuriamo far libero / Il suolo natio / Uniti per Dio (6)/ Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte...

Dall'Alpe a Sicilia / Dovunque è Legnano (7), / Ogn'uomo di Ferruccio (8)/ Ha il cuore e la mano, /
I bimbi d'Italia / Si chiaman Balilla (9)/ Il suon d'ogni squilla / I vespri suonò (10).

Stringiamci a coorte...

Son giunchi, che piegano, / Le spade vendute (11). / Già l'aquila d'Austria (12) / Le penne ha perdute /
Il sangue d'Italia / Il sangue polacco (13) / Bevé col cosacco / Ma il cor lo bruciò.

Stringiamci a coorte...
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(1a) Italiani, fratelli di una stessa Patria. Nel manoscritto originario, le parole "Fratelli d'Italia" non compaiono. Era scritto invece "Evviva l'Italia".

(1b) La cultura di Mameli è classica ed è forte in lui il richiamo alla romanità. L'Italia, ormai pronta alla guerra contro l'Austria, si cinge la testa, in senso figurato, (s'è cinta la testa) con l'elmo dell'eroico generale romano Publio Cornelio Scipione, detto poi l'Africano, (Scipio) che nel 202 a.C. sconfisse il generale cartaginese Annibale nella famosa battaglia di Zama (nella attuale Algeria), riscattando così la precedente sconfitta di Canne e concludendo la seconda guerra punica. Dopo la disfatta, Cartagine sottoscrisse il trattato di pace con Roma per evitare la totale distruzione.

(2) Qui il poeta si riferisce all'uso antico di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che portavano invece i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve porgere la chioma perché le venga tagliata quale schiava di Roma sempre vittoriosa.

(3) La coorte, cohors, era un'unità da combattimento dell'esercito romano, decima parte di una legione; nulla a che vedere con la corte.

(4) Qui a tutti tremano le vene dei polsi, altri fanno scongiuri, ma vale la pena ricordare che l'autore fu coerente con le sue parole.

(4a) Mameli sottolinea il fatto che l'Italia non è unita. All'epoca infatti (1848) era ancora divisa in sette Stati.

(5) A dire la verità si potrebbe intravedere in questi versi un sentimento democristiano ante litteram, ma è nota la religiosità di Mazzini, spesso deriso per questo da Marx con il nomignolo di Teopompo.

(6) Il verso "Uniti per Dio" in alcune versioni appare come "Uniti con Dio", per non essere confusa con l'espressione popolare e quasi blasfema "per Dio" ancora oggi in uso nel linguaggio popolare italiano. Nel poema però il verso è derivato da un francesismo che significava "da Dio" o "attraverso Dio".

(7) Ossia la battaglia di Legnano del 29 maggio 1176, in cui i comuni italiani uniti in lega e guidati da Alberto da Giussano sconfisse il Barbarossa.

(8) In questa strofa, Mameli ripercorre sei secoli di lotta contro il dominio straniero. Anzitutto, la battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa (ovunque è Legnano). Poi, l'estrema difesa della Repubblica di Firenze, assediata dall'esercito imperiale di Carlo V nel 1530, di cui fu simbolo il commissario generale di guerra della Repubblica fiorentina, Francesco Ferrucci (ogn'uom di Ferruccio ha il cor e la mano). Dieci giorni prima della capitolazione di Firenze (2 agosto) egli aveva sconfitto le truppe nemiche a Gavinana. In Firenze fu ferito, catturato ed ucciso da Fabrizio Maramaldo (capitano dell'esercito imperiale), un italiano al soldo dello straniero, al quale rivolge le parole d'infamia divenute celebri "Tu uccidi un uomo morto".

(9) I "Fascisti" non rientrano nell'affermazione, in quanto "Balilla" è il soprannome di Giambattista Perasso, il ragazzo quattordicenne genovese, che con il lancio di una pietra, diede inizio alla rivolta popolare di Genova contro gli austro piemontesi il 5 dicembre 1746 .

(10) Ogni squilla significa "ogni campana". E la sera del 30 marzo 1282, tutte le campane chiamarono il popolo di Palermo all'insurrezione contro i Francesi di Carlo d'Angiò, i Vespri Siciliani.
( Per stanarli gli facevano vedere dei ceci e gli chiedevano: cosa sono questi? E loro, non sapendo pronunciare la "c" dolce, dicevano "sesi", e i siciliani giù botte! )

(11) Le truppe mercenarie di occupazione.

(12) L'aquila bicipite, simbolo degli Asburgo.

(12) - (13) L'Austria era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie, deboli come giunchi) e Mameli lo sottolinea fortemente: questa strofa, infatti, fu in origine censurata dal governo piemontese. Insieme con la Russia (il cosacco), l'Austria aveva crudelmente smembrato la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi si fa veleno, che dilania il cuore della nera aquila d'Asburgo.


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domenica 19 luglio 2009

Nemanja e il Kosovo (tri)

Questa è l'ultima parte del mio diario nel KOSMET (Kosovo e Metohija) e prosegue da qui.
Entrata al Monastero di Zociste del 14.secolo, vicino alla omonima cittadina, che sta a circa 5 km da Orahovac.

Monastero di Zociste

Nell'estate del 1999, dopo l'arrivo della KFOR,i terroristi del UCK, hanno aggredito il monastero, e gli hanno dato fuoco e i frati sono stati salvati all' ultimo momento.
Nel 2004 la chiesa fu ricostruita, e per rifarla, hanno riutilizzato le stesse pietre, aggiungendone di nuove.
Il monastero adesso è sotto strettisima sorveglianza della KFOR, perchè è completamente isolato in una zona completamente albanese. Questo luogo sacro viene spesso visitato da albanesi musulmani.
Tombe distrutte dai terroristi


Velika Hoca



Case paesane serbe tipiche della Metohija a Velika Hoca.



Velika Hoca è un luogo bello e culturalmente importante con 12 chiese del 12esimo, 14esimo e 16esimo secolo. Ê anche conosciuto perchè si produce il miglir vino della Metohija.
Nel 1999 ci vivevano circa 2'000 serbi, adesso ne sono rimasti 700.



La gente molto ospitabile ci ha ricevuto con molto affetto.


La chiesa di Santo Stefano, una delle 12 chiese.


Una cartina con i più importanti monasteri del KOSMET che su 10'000 km sono circa 1'500.
Vicino ci sono tutte le stemme delle forze militari che hanno protetto la chiesa dal 1999 fino ad ora.


Il monastero vicino a Velika Hoca.

Vista dal monastero.


Orahovac




Entrando a Orahovac, incontriamo un grande gruppo di albanesi. Qui il nostro guidatore riflette su cosa fare. Decidiamo di passare lo stesso....


Orahovac è una grande enclave serba. Nella parte alta della cittadina vivono 1.300 serbi (nel 1999 erano 4'000).
I serbi si sono in gran parte rifugiati nel nord della Serbia.
Oggi la cittadina è sporca e disorganizzata, e piena di nuove moschee, gran parte di queste nuove moschee appartengono ai Wahhabies (setta islamica estremista)

Una delle nuove moschee. Anche se questa è un po' particolare: nel pianterreno ci hanno collogato una boutique.... :-)

Vista su Orahovac


Prizren

Eccoci nel pezzo più a sud del KOSMET che confina con l'Albania e la Repubblica di Macedonia. Si vedono i bei monti di Pastrik e Sharr che dominano il paesaggio del intero KOSMET.



Prizren, la città dello zar Dusan, era una volta la capitale della Serbia. Le numerose chiese e monasteri sembrano non volere cedere lo splendore medioevale di una volta e alle brutte ed isignificanti costruzioni degli albanesi che sono sorte negli ultimi 10 anni.



La zona intorno al fiume "Bistrica" con vista sulla fortezza "Kaljaja" di zar Dusan.

Nel 1999 a Prizren vivevano 10'000 serbi e oggi ce ne sono solo 200. Ma non solo i Serbi hanno dovuto fuggire da Prizren, anche Gorani, musulmani slavi e rom.
Tanti di loro hanno dovuto rifugiarsi nella Serbia centrale. Se nel 1999 erano in 40'000 adesso ne sono rimasti circa la metà.


Di nuovo questo modo ridicolo di mostrare una stupida gratitudine delgi albanesi verso l'America e provare a riscrivere la storia!



A qualche chilometro da Prizren sulla strada per Brezovica si arriva al Monastero degli archangeli.

Zar Dusan fece costruire il monastero nel 14esimo secolo e fu sepolto qui. Nel 17.esimo secolo, durante l'ocupazione turca, fu distrutto (come tanti altri monasteri) dai turchi. Questi rubarono le pietre per costruire la moschea "Sinan Pasa" nel centro di Prizren. Nel 1998 il monastero fu ricostruito e funzionava di nuovo quando, nemmeno un'anno dopo, nel 1999 fu saccheggiato dai terroristi del UCK. Appena si riprese un funzionaemnto normale, ecco che nel 2004, nel pogrom di marzo, il monastero è sato attaccato di nuovo. Questa volta però da giovani vandali civili di Prizren.




Adesso il monastero è sotto protezzione della KFOR germanica.



Si entra solo dopo controlli ed identificazione



La pittoresca strada per Brezovica


Una delle più belle moschee del KOSMET è quella di "Sinan Pasa".

Che ne penso adesso del mio viaggio?
Inanzi tutto ho rotto il ghiaccio con tutti i timori che avevo di andare in KOSMET. Adesso ho il desiderio di ritornarci il più presto possibile.
Con tutte le informazioni vere e false che avevo sentito su questa zona non sapevo più a chi dare retta. Adesso ho potuto vedere con i miei occhi e mi sono fatto un'immagine più chiara della situazione e posso confermare che i miei pensieri che avevo prima di partire erano purtroppo veri.
Il KOSMET era serbo e rimane serbo.
Nemanja

mercoledì 15 luglio 2009

Ogni criminale deve essere per forza serbo ?

ANSA) - RIMINI, 11 LUG - Era un immigrato modello, padre di famiglia, lavoratore onesto e integrato, ma sul suo passato c'era un'ombra inquietante. Muharem Gashi, SERBO di 36 anni che faceva il camionista a Bellaria (Rimini), e' accusato in patria di crimini di guerra, imputazione per la quale rischia 40 anni di carcere, per un blitz in un'abitazione kosovara fatto nel 1999, quando era ufficiale dell'Uck. La Corte d'appello di Bologna decidera' sull'estradizione.
Il resto del carlino


BELLARIA
Camionista SERBO viene arrestato per crimini di guerra in Kosovo
E' in Italia da anni ed è considerato un lavoratore modello, ma il suo passato lo 'insegue'. L'uomo era colpito da un mandato di cattura internazionale: ora la Corte d'appello dovrà decidere sull'estradizione


Rimini 11 luglio 2009. Fa il camionista a Bellaria, ed è considerato un lavoratore modello, ma è accusato di crimini di guerra in Kosovo, e per questo ora rischia in patria 40 anni di carcere.
Un SERBO di 36 anni, M. G., è stato arrestato dall'ufficio immigrazione della Questura di Rimini che, in collaborazione con l'Interpol, ha eseguito il mandato di cattura internazionale emesso dalla corte di Belgrado. Ora l'uomo è a disposizione della Corte d'appello di Bologna, che dovrà decidere sull'eventuale estradizione.
Il camionista ha fatto parte dell'esercito SERBO, poi nel 1999 si e’ arruolato come volontario nell’Uck, l’esercito di liberazione del Kosovo, del quale e’ poi diventato ufficiale, quindi è passato nel Tmk, la discussa protezione civile kosovara, nella quale sono confluiti moltissimi guerriglieri, e ne è divenuto capitano.
Dieci anni fa, insieme ad altri esponenti dell’Uck, l'uomo effettuò un blitz in una casa a Klina, in Kosovo: non fu lui a sparare, ma il proprietario dell'abitazione venne freddato con un colpo alla testa. L'uomo poi è arrivato in Italia, probabilmente per 'liberarsi' da questo suo passato scomodo: ma la giustizia internazionale ha continuato a cercarlo.

12.07.09 Bellaria (RN): camionista arrestato per crimini di guerra
domenica, 12 luglio 2009
[Cronaca]

Muharem Gashi, SERBO di 36 anni, camionista, residente a Bellaria, è stato arrestato dall'Ufficio Immigrazione della Questura di Rimini.
Nei sui confronti una pesante accusa: crimini di guerra contro la popolazione civile, imputazione per la quale rischia 40 anni di carcere.
La Questura riminese, in collaborazione con l'Interpol, ha eseguito il mandato di cattura internazionale spiccato dalla corte di Belgrado.
Quando, nel 1999, era ufficiale dell'Uck, l'esercito di liberazione del Kosovo (formazione paramilitare e terroristica), Gashi - insieme ad altri - fu protagonista di un blitz in una casa kosovara nel corso del quale fu ucciso il proprietario ed altre persone rimasero ferite.
Adesso il 36enne è a disposizione della Corte d'appello di Bologna, che dovrà decidere se ci sono gli estremi per l'estradizione.

SECONDO L'ANSA UN CRIMINALE BALCANICO NON PUO' ESSERE ALTRO CHE SERBO

L'agenzia di stampa dello Stato italiano ANSA spaccia per "serbo" un criminale di guerra kosovaro-albanese, già combattente nelle squadracce terroristiche dell'UCK.

Il nome non lascia dubbi: Muharem Gashi. Non è serbo ne' il nome ne' il cognome. Non si tratta della tradizionale "gaffe" giornalistica per cui tutte le volte che un abitante dei Balcani è incolpato per qualche fatto di cronaca nera si scrive che è "slavo": qui si è presentato come "serbo" un nazionalista albanese che ha combattuto una guerra terroristica contro la Serbia e contro i serbi.


Molti media hanno ripreso il dispaccio bugiardo dell'ANSA, compresi i notiziari televisivi - ad esempio il tg3 regionale Emilia-Romagna delle 19:30 di sabato 9 luglio - senza rettificare. Anzi: qualche giornalista particolarmente zelante ha aggiunto che questo signore avrebbe "fatto parte dell'esercito serbo" prima del 1999. Ma l'unico "esercito serbo" che esisteva in quegli anni era la JNA - Armata Popolare della Jugoslavia, notoriamente composta da soldati di tutte le nazioni e nazionalità jugoslave, kosovaro-albanesi inclusi.
L'ANSA ha commesso un incredibile errore, dovuto a crassa ignoranza, oppure persiste nella lucida campagna di odio razziale antiserbo condotta coerentemente in tutti questi anni per poter spaccare la Jugoslavia prima, la Serbia poi, e consentire l'occupazione coloniale del territorio kosovaro da parte delle truppe occidentali, alleate sin dai bombardamenti del 1999 con i terroristi pan-albanesi dell'UCK?
( a cura di AM su segnalazione di AT. Sui metodi usati dall'UCK per strappare il Kosovo al paese multinazionale cui apparteneva, instaurando un regime di apartheid sotto l'egida della NATO, si veda ad esempio: http://www.cnj.it/documentazione/ORRORI/orrore8.htm )


Fonte : Coordinamento internazionale per la Jogoslavia